Alessandra Favaro Psicologa Psicoterapeuta a Montebelluna

Perché continuo a fare sempre gli stessi errori?

“Lo sapevo che sarebbe finita così.” A volte ce lo diciamo dopo l’ennesima relazione che assomiglia alla precedente, dopo aver nuovamente rinunciato a qualcosa che desideravamo, dopo essere rimasti in silenzio quando avremmo voluto parlare o aver detto sì mentre dentro di noi avremmo voluto dire no. E allora arriva una domanda piuttosto impietosa: “Se...

“Lo sapevo che sarebbe finita così.”

A volte ce lo diciamo dopo l’ennesima relazione che assomiglia alla precedente, dopo aver nuovamente rinunciato a qualcosa che desideravamo, dopo essere rimasti in silenzio quando avremmo voluto parlare o aver detto sì mentre dentro di noi avremmo voluto dire no.

E allora arriva una domanda piuttosto impietosa:

“Se so che mi fa stare male, perché continuo a farlo?”

La risposta più immediata è pensare che ci sia qualcosa che non funziona in noi. Che non abbiamo abbastanza coraggio, abbastanza volontà, abbastanza consapevolezza.

Forse, però, possiamo porci una domanda diversa:

Se continuo a fare qualcosa che mi fa soffrire, che cosa sto cercando di evitare, proteggere o mantenere?

Una relazione che si ripete

Immaginiamo una persona che si innamori spesso di partner poco disponibili.

All’inizio la distanza dell’altro può essere vissuta come indipendenza, fascino, libertà. Poi arrivano l’attesa, l’incertezza, il bisogno di conferme. La relazione diventa dolorosa.

Quando finisce, la persona pensa:

“La prossima volta sceglierò qualcuno diverso.”

Eppure, qualche tempo dopo, si ritrova attratta proprio da qualcuno che presenta caratteristiche simili.

Potremmo concludere: sceglie sempre le persone sbagliate.

Ma forse vale la pena essere più curiosi.

Che cosa rende quella particolare forma di relazione così riconoscibile?
Che cosa permette?
E soprattutto: che cosa richiederebbe una relazione diversa?

Una persona realmente disponibile potrebbe, paradossalmente, essere anche più minacciosa. Potrebbe significare lasciarsi conoscere, esporsi, dipendere un po’, rischiare di essere scelti e poi magari perduti.

Quello che appare come un errore può allora avere una sua coerenza.

Non necessariamente scegliamo ciò che ci fa stare bene. Molto spesso ci muoviamo verso ciò che sappiamo anticipare.

“Ho lasciato quel lavoro. Adesso mi chiedo perché l’ho fatto”

Pensiamo a un’altra situazione.

Una persona lavora da molti anni nello stesso posto. Comincia a sentirsi ferma, poco realizzata, forse persino inadeguata rispetto agli altri che sembrano cambiare, crescere, fare esperienze.

Decide di andarsene.

Qualche mese dopo non ha ancora trovato ciò che sperava. Il nuovo lavoro non arriva oppure le alternative si rivelano meno interessanti del previsto.

E comincia:

“Ho fatto un errore.” “Stavo bene dov’ero.” “Perché ho buttato via tutto?”

Ma questa valutazione contiene una piccola trappola: giudichiamo la scelta di allora con le informazioni e i bisogni di oggi.

Quando quella persona ha lasciato il lavoro non conosceva ciò che sarebbe accaduto dopo. Sapeva invece che rimanere aveva assunto per lei un certo significato: sentirsi ferma, rinunciare a qualcosa, forse diventare una persona che non voleva essere.

La scelta aveva senso dentro il mondo che riusciva a vedere in quel momento.

Questo non significa che tutte le scelte siano buone.

Significa che chiamarle semplicemente errori qualche volta ci impedisce di comprenderle.

Non ripetiamo perché non abbiamo capito

Molte persone arrivano in terapia dicendo:

“Ma io queste cose le so già.”

Ed è vero.

Sanno di avere paura del giudizio.
Sanno che tendono ad accontentare gli altri.
Sanno che scelgono persone poco disponibili.
Sanno che controllare continuamente le rassicura solo per poco.

Eppure continuano a farlo.

Perché capire intellettualmente non equivale necessariamente a poter fare un’esperienza diversa.

Possiamo sapere perfettamente che dire “no” non farà crollare il mondo e continuare a dire sì.

Possiamo sapere che non dobbiamo controllare tutto e sentirci comunque in pericolo quando smettiamo di farlo.

Possiamo sapere che una relazione non ci soddisfa e non riuscire a lasciarla.

Tra “so che potrei” e “posso davvero rischiare di farlo” c’è spesso una distanza.

Ci muoviamo anche attraverso ciò che anticipiamo

Prima di fare qualcosa immaginiamo, più o meno consapevolmente, che cosa potrebbe succedere.

Se dico no, deluderò qualcuno.
Se lascio questa relazione, rimarrò solo.
Se provo, potrei fallire.
Se smetto di controllare, potrebbe succedere qualcosa.
Se mi mostro davvero, potrei non piacere.

Queste anticipazioni orientano le nostre scelte.

E se ciò che immaginiamo è sufficientemente minaccioso, può sembrarci preferibile rimanere dentro qualcosa che conosciamo, anche quando ci fa soffrire.

Non è necessariamente mancanza di volontà.

A volte è il modo migliore che abbiamo trovato, fino a quel momento, per mantenere qualcosa di importante di noi e del nostro mondo.

Allora come si cambia?

Non semplicemente dicendosi:

“Da domani farò diversamente.”

E nemmeno trovando finalmente la spiegazione perfetta del perché siamo diventati così.

Cambiare significa poter mettere alla prova, poco alla volta, alcune delle nostre anticipazioni.

Dire un piccolo no e vedere cosa accade.

Esporsi un po’ di più in una relazione.

Tollerare di non controllare immediatamente qualcosa.

Fare un’esperienza e permetterle di sorprenderci, invece di ricondurla subito a ciò che già sappiamo.

A volte l’esperienza confermerà ciò che temevamo. Altre volte no.

In entrambi i casi avremo qualcosa di nuovo con cui confrontarci.

Cambiare non significa smettere di sbagliare.
Significa poter imparare dall’esperienza abbastanza da non essere costretti a ripeterla sempre nello stesso modo.

Forse, allora, davanti all’ennesimo “Perché l’ho fatto di nuovo?”, possiamo sostituire per un momento il giudizio con una domanda:

“Che cosa rendeva ancora necessario, per me, fare proprio così?”

E da lì cominciare.

Ti ritrovi in questa sensazione di sapere già cosa accadrà e ritrovarti comunque nello stesso punto?

Possiamo partire proprio da questa domanda.

Non sentirsi abbastanza: quando ci nascondiamo e quando abbiamo bisogno di dimostrare

Non sentirsi abbastanza: quando ci nascondiamo e quando abbiamo bisogno di dimostrare

“Non mi sento mai abbastanza.” Abbastanza bravo.Abbastanza interessante.Abbastanza competente.Abbastanza bello.Abbastanza sicuro di sé. È un’espressione molto comune, ma può assumere forme sorprendentemente diverse. C’è chi, non sentendosi abbastanza, cerca di occupare meno spazio possibile. E c’è chi, per la stessa ragione, sente di doverne occupare moltissimo. Uno abbassa lo sguardo. L’altro alza la voce. E

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Settembre 25, 2026

Alessandra Favaro
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