Alessandra Favaro Psicologa Psicoterapeuta a Montebelluna

Si può tornare a vivere dopo la morte di un figlio?

La morte di un figlio cambia profondamente il modo di guardare alla vita. Come attraversare il dolore, il senso di colpa e la paura di dimenticare, senza rinunciare alla possibilità di continuare a vivere?

Il senso di colpa, la paura di dimenticare e la possibilità di continuare a vivere senza rinunciare al legame con chi non c’è più.

«A volte mi sorprendo a stare bene. Poi mi ricordo che mio figlio non c’è più e mi sento in colpa.»

La morte di un figlio è una di quelle esperienze che sembrano sovvertire l’ordine delle cose.

Un genitore immagina di accompagnare il proprio figlio nella vita, di vederlo crescere, scegliere, costruire il proprio futuro. Non contempla davvero la possibilità di dovergli sopravvivere.

Quando accade, non si perde soltanto una persona amata. Si perde anche il futuro che si era immaginato insieme a lei.

Le conversazioni che non ci saranno, i progetti che non prenderanno forma, la persona che non si potrà vedere diventare.

Come si continua a vivere quando una parte così importante della propria vita sembra essersi fermata?

Quando il dolore mette in discussione chi siamo

Le persone che amiamo non occupano semplicemente uno spazio nella nostra esistenza. Contribuiscono a dare significato a ciò che siamo.

Essere madre o padre non è soltanto un ruolo. È un modo di riconoscersi attraverso una relazione fatta di gesti quotidiani, responsabilità, preoccupazioni e speranze.

Quando un figlio muore, può vacillare anche questo modo di riconoscersi.

Chi sono adesso? Sono ancora una madre, un padre? Che senso ha continuare a fare ciò che facevo prima?

Da una prospettiva costruttivista, ciascuno di noi costruisce nel tempo un proprio modo di comprendere se stesso, gli altri e il mondo.

Alcune esperienze, però, sono così lontane da ciò che avevamo immaginato da rendere insufficienti i significati attraverso i quali, fino a quel momento, avevamo dato ordine alla nostra vita.

Il dolore non riguarda allora soltanto l’assenza della persona amata. Riguarda anche la difficoltà di riconoscersi in un mondo che non è più quello di prima.

Il senso di colpa: se avessi fatto qualcosa di diverso?

Dopo la morte di un figlio, molti genitori ripercorrono continuamente gli ultimi giorni, le decisioni prese, le parole dette o non dette.

Se me ne fossi accorto prima? Se avessi insistito? Se quel giorno fossi stato con lui?

A volte queste domande diventano incessanti, anche quando non esistono elementi concreti per attribuirsi una responsabilità.

Perché può accadere?

Possiamo immaginare che il senso di colpa rappresenti, paradossalmente, un tentativo di rendere comprensibile qualcosa che appare inaccettabile.

Se avessi potuto fare qualcosa, forse avrei potuto impedirlo.

È un pensiero doloroso, ma può sembrare meno spaventoso dell’idea che, nonostante tutto il nostro amore, non sempre possiamo proteggere le persone che amiamo.

Riconoscere i limiti del proprio potere di proteggere non significa aver amato insufficientemente.

Se torno a sorridere, lo sto dimenticando?

C’è un aspetto del lutto di cui si parla forse troppo poco.

Alcuni genitori raccontano di essersi sentiti in colpa la prima volta che hanno riso sinceramente, trascorso una giornata piacevole o provato interesse per qualcosa che non riguardasse il figlio perduto.

Come se quel momento di serenità rappresentasse una forma di tradimento.

Come se il dolore fosse diventato l’ultima testimonianza possibile del proprio amore.

E allora può nascere una convinzione silenziosa: se continuo a soffrire, continuo a essergli vicino.

Ma è davvero necessario continuare a soffrire per dimostrare quanto abbiamo amato?

Forse il problema non è il dolore in sé, ma il significato che finiamo per attribuirgli.

Se soffrire diventa l’unico modo possibile per mantenere il legame, ogni momento di benessere rischia di essere vissuto come una minaccia.

Eppure l’amore per un figlio non si misura dalla quantità di dolore che un genitore riesce a sopportare.

Continuare ad amare senza smettere di vivere

Per molto tempo si è pensato che elaborare un lutto significasse soprattutto imparare a distaccarsi dalla persona scomparsa.

Ma forse non è necessario dimenticare per continuare a vivere.

Un genitore può custodire ricordi, raccontare episodi, celebrare un compleanno, riconoscere nelle proprie scelte qualcosa che quella relazione gli ha lasciato.

Non necessariamente perché non riesca ad accettare la perdita, ma perché quel figlio continua a essere parte della sua storia.

La domanda potrebbe allora cambiare.

Non più soltanto: come faccio a vivere senza di lui?

Ma anche: come posso continuare a sentirlo parte della mia vita senza rinunciare alla mia?

Non esiste una risposta uguale per tutti, né un tempo entro il quale trovarla.

Il lutto non procede in linea retta. Ci possono essere giorni di maggiore serenità e momenti nei quali una fotografia, una canzone o un anniversario rendono nuovamente intensa la mancanza.

Questo non significa necessariamente essere tornati indietro.

E non ogni lutto richiede una psicoterapia. Quando però la sofferenza rimane così pervasiva e persistente da compromettere profondamente la vita quotidiana, le relazioni o la cura di sé, può essere importante cercare un aiuto professionale.

La psicoterapia non serve a convincere qualcuno a dimenticare, ma può offrire uno spazio nel quale cercare nuovi significati senza dover rinunciare alla propria storia.

Si può tornare a essere felici?

Forse, per alcuni genitori, anche soltanto porsi questa domanda può sembrare irrispettoso nei confronti del figlio perduto.

Eppure, con il tempo, può accadere che accanto alla mancanza tornino a trovare posto altri affetti, interessi, desideri e progetti.

Non al posto del figlio.

Accanto al suo ricordo.

Non significa tornare a essere le persone che si era prima. Alcune esperienze ci cambiano profondamente.

Ma essere cambiati non significa necessariamente essere condannati a vivere soltanto nel dolore.

Forse il percorso del lutto non consiste nel chiudere un capitolo, ma nel trovare un modo diverso di portare con sé una storia che continua ad appartenerci.

E se continuare a vivere non fosse un modo di allontanarsi da chi abbiamo amato, ma un’altra possibilità di custodire ciò che quella relazione ci ha lasciato?

Forse non impariamo mai del tutto a vivere senza un figlio. Possiamo però cercare, lentamente, un modo di vivere con la sua assenza, senza perdere anche la possibilità della nostra vita.

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