Una relazione di coppia vive di un equilibrio delicato: abbiamo bisogno di poter essere noi stessi e, nello stesso tempo, abbiamo bisogno dell’altro.
Quando questo equilibrio entra in crisi, spesso non è perché uno dei due ha ragione e l’altro ha torto.
Ciascuno cerca di proteggere qualcosa di importante: il proprio valore, la propria libertà, la sicurezza del legame, il bisogno di essere riconosciuto, desiderato, rispettato o semplicemente di poter continuare a sentirsi la persona che crede di essere.
E proprio nel tentativo di proteggere tutto questo possiamo finire per allontanarci.
Uno insiste e l’altro si ritira. Uno chiede rassicurazioni e l’altro si sente controllato. Uno cerca di cambiare l’altro e l’altro si difende. Uno si adatta per non creare conflitti e, a poco a poco, non sa più che cosa desidera.
Oppure si continua a stare insieme, ma si smette di incontrarsi davvero.
Parlarsi senza riuscire più a capirsi
Molte coppie arrivano in terapia dicendo: “Non riusciamo più a comunicare.”
Ma comunicare non significa soltanto riuscire a parlare senza litigare.
Nelle relazioni interpretiamo continuamente ciò che l’altro fa attraverso il significato che ha per noi.
Un silenzio può diventare disinteresse.
Una richiesta può essere vissuta come controllo.
Un bisogno di spazio come abbandono.
Una critica come mancanza d’amore.
Una richiesta di vicinanza come invasione.
Con il tempo queste interpretazioni possono irrigidirsi. Ognuno pensa di conoscere già l’altro, anticipa ciò che dirà e prepara la propria risposta.
Si ascolta sempre meno ciò che l’altro sta dicendo e sempre più ciò che ci aspettiamo che dica.
Il lavoro terapeutico può allora aiutare a interrompere questa prevedibilità e provare a comprendere da quale posizione ciascuno sta guardando la relazione e che cosa sta cercando di proteggere.
A volte riuscire, anche solo per un momento, a guardare la relazione dal posto dell’altro cambia profondamente ciò che sembrava già conosciuto.
Quando la coppia cambia
Una coppia non rimane uguale nel tempo.
L’arrivo dei figli, il lavoro, le difficoltà economiche, le famiglie d’origine, la malattia, l’invecchiamento, i cambiamenti professionali possono modificare profondamente gli equilibri.
La nascita di un figlio, in particolare, non aggiunge semplicemente una persona alla famiglia: cambia la relazione.
Due partner diventano anche genitori. Cambiano il tempo, il corpo, la sessualità, il sonno, le responsabilità e le priorità. A volte la coppia affettiva e sessuale scompare lentamente dietro quella organizzativa.
Ci si ritrova efficientissimi nel gestire figli, scuola, lavoro, casa e impegni, ma sempre meno capaci di incontrarsi come due persone.
E può comparire una domanda dolorosa:
“Siamo ancora una coppia o siamo diventati soltanto una famiglia?”
Quando la sessualità cambia
La sessualità è spesso uno dei luoghi nei quali diventa visibile ciò che sta accadendo nella relazione.
Il desiderio può diminuire, diventare diverso per i due partner o essere stato insoddisfacente già dall’inizio. Si può desiderare affetto ma non il contatto sessuale, sentirsi rifiutati, inadeguati, obbligati oppure smettere progressivamente di cercarsi.
Non considero la sessualità un indicatore semplice della qualità di una relazione.
Mi interessa piuttosto comprendere che significato ha per ciascuno essere desiderato, desiderare, avvicinarsi, rifiutare o sentirsi rifiutato.
Perché anche nella sessualità incontriamo l’altro, ma incontriamo inevitabilmente anche noi stessi.
E se il problema ci fosse stato fin dall’inizio?
A volte la crisi non nasce perché una relazione bella si è deteriorata.
Può emergere invece la dolorosa consapevolezza che alcune parti importanti sono sempre mancate.
La sessualità non ha mai funzionato davvero.
Non ci si è mai sentiti completamente compresi.
Si è scelto un partner che offriva sicurezza quando forse si aveva soprattutto bisogno di sicurezza.
Si sono tollerate differenze pensando che non sarebbero state importanti.
Anni dopo, ciò che allora sembrava sufficiente può non esserlo più.
E insieme all’insoddisfazione compare il rimpianto:
“Come ho potuto scegliere questa relazione?”
Guardare la propria storia con gli occhi di oggi, però, può diventare molto severo. Una scelta può avere avuto senso per la persona che eravamo allora e non corrispondere più a ciò di cui abbiamo bisogno oggi.
La terapia può aiutare a comprendere quella scelta senza trasformarla necessariamente in un errore, e soprattutto a chiedersi che cosa farne adesso.
Restare insieme per i figli?
È una delle domande più dolorose che una coppia possa portare in terapia.
Separandoci faremo soffrire i nostri figli?
Restare insieme significa proteggerli?
Se rompo la famiglia sono responsabile della loro sofferenza?
Non credo esista una risposta valida per tutte le famiglie.
I figli fanno parte del sistema di relazioni e le conseguenze delle scelte degli adulti vanno considerate seriamente. Ma restare insieme e stare bene insieme non sono necessariamente la stessa cosa.
La domanda può allora diventare più ampia: quale esperienza di relazione, conflitto, rispetto, affetto e responsabilità stiamo offrendo ai nostri figli? E quale forma familiare possiamo costruire, insieme o separati, che permetta loro di continuare a sentirsi amati e sufficientemente al sicuro?
La stanchezza di essere sempre gli stessi
Con gli anni nella coppia possono consolidarsi anche dei ruoli.
Quello responsabile.
Quella che tiene insieme tutto.
Quello fragile.
Quella che accudisce.
Quello che decide.
Quella che protesta.
Quello che si ritira.
Ruoli che magari hanno funzionato per molto tempo possono diventare stretti.
A volte non siamo stanchi dell’altro: siamo stanchi della persona che sentiamo di dover essere quando siamo con l’altro.
E cambiare posizione può spaventare entrambi, perché modifica un equilibrio conosciuto, anche quando quell’equilibrio non rende più felice nessuno.
Capire non significa accettare tutto
A volte passiamo anni cercando di convincere il partner a diventare la persona di cui avremmo bisogno.
Ma una relazione può cominciare a cambiare quando alla domanda:
“Che cosa dovrebbe fare diversamente l’altro?”
riusciamo ad affiancarne un’altra:
“Come partecipo io alla relazione che abbiamo costruito?”
Riconoscere la propria parte non significa assumersi tutta la colpa.
Significa recuperare una possibilità di azione.
Non penso che il compito del terapeuta sia decidere se una coppia debba restare insieme o separarsi.
A volte il lavoro permette di ritrovarsi. A volte permette di costruire una relazione diversa da quella precedente. E qualche volta permette di riconoscere che separarsi è diventata la scelta più rispettosa.
La terapia di coppia, per me, non serve necessariamente a salvare la coppia. Serve ad aiutare due persone a tornare a vedersi, comprendere ciò che hanno costruito insieme e scegliere con maggiore libertà e responsabilità che cosa vogliono farne.
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