Alessandra Favaro Psicologa Psicoterapeuta a Montebelluna

È giusto lasciare una persona buona se non la amo più?

“Il problema è che lui non ha fatto niente di male.” È una frase che può comparire quando una relazione è in crisi. Non ci sono necessariamente tradimenti, violenza o grandi conflitti. L’altro è una persona affidabile, presente, magari un buon padre o una buona madre. C’è una storia condivisa, una casa, degli amici, forse...

“Il problema è che lui non ha fatto niente di male.”

È una frase che può comparire quando una relazione è in crisi.

Non ci sono necessariamente tradimenti, violenza o grandi conflitti. L’altro è una persona affidabile, presente, magari un buon padre o una buona madre. C’è una storia condivisa, una casa, degli amici, forse dei figli.

Eppure qualcosa è cambiato.

“Gli voglio bene, ma non desidero più stare con lui.”
“Quando mi cerca provo quasi fastidio e poi mi sento terribilmente in colpa.”
“Come faccio a distruggere tutto solo perché non sono felice?”

In queste situazioni la domanda non è soltanto “lo amo ancora?”.

Molto spesso diventa:

“Ho una ragione abbastanza buona per andarmene?”

Quando per lasciare sembra necessario trovare un colpevole

Siamo più abituati a comprendere la fine di una relazione quando possiamo indicarne una causa.

Un tradimento.
Una grave incompatibilità.
Una dipendenza.
Un comportamento che ha ferito ripetutamente l’altro.

La causa rende la separazione più comprensibile. Qualche volta persino più raccontabile agli altri.

Ma cosa accade quando nessuno ha fatto qualcosa di sufficientemente grave?

Può nascere allora una strana ricerca delle prove.

Si cominciano a contare le mancanze dell’altro, a ricordare episodi del passato, a chiedersi se quella relazione sia stata sbagliata fin dall’inizio.

Come se per autorizzarci a desiderare qualcosa di diverso dovessimo prima dimostrare che ciò che abbiamo è abbastanza brutto da poter essere lasciato.

“Forse ho sbagliato tutto dall’inizio”

A volte la crisi attuale modifica anche il racconto del passato.

Immaginiamo una donna che abbia scelto molti anni prima un uomo che le dava sicurezza.

In quel momento della sua vita quella relazione rappresentava qualcosa di importante: stabilità, affidabilità, la possibilità di costruire una famiglia.

Anni dopo si accorge di desiderare altro. Più condivisione, maggiore intimità, una sessualità diversa, più curiosità verso la vita.

E comincia a pensare:

“Come ho fatto ad accontentarmi?”

Ma accontentarsi è il modo in cui guarda oggi quella scelta.

Forse allora non stava affatto scegliendo “poco”. Stava scegliendo ciò che, in quel momento della propria vita, riconosceva come importante e possibile.

Il fatto che oggi quella scelta non le basti più non significa necessariamente che allora fosse sbagliata.

Significa che nel frattempo è cambiata anche lei.

Possiamo diventare diversi dentro la stessa relazione

Una coppia non è qualcosa che scegliamo una volta per tutte.

Le persone cambiano, fanno esperienze, diventano genitori, attraversano perdite, successi, fallimenti, malattie, nuovi incontri.

E ciò che un tempo ci faceva sentire al sicuro può, anni dopo, sembrarci limitante.

Ciò che avevamo vissuto come autonomia dell’altro può diventare distanza.

Ciò che sembrava stabilità può essere vissuto come immobilità.

Persino caratteristiche che avevano contribuito all’innamoramento possono assumere un significato diverso.

Questo non rende falso ciò che abbiamo provato allora.

Il significato di una relazione può cambiare mentre cambiano le persone che la abitano.

E allora bisogna andarsene?

No.

Ma nemmeno necessariamente restare.

La psicoterapia non dovrebbe stabilire quale delle due decisioni sia quella giusta.

Può invece aiutare a rendere la domanda più complessa.

Che cosa sto cercando oggi che in questa relazione non trovo?

Ho provato davvero a portarlo nella coppia oppure ho già deciso che con questa persona non sia possibile?

Sto lasciando qualcosa che non desidero più o sto cercando di evitare una difficoltà che potrei incontrare anche altrove?

Che cosa temo di perdere se me ne vado?

E, altrettanto importante:

Che cosa rischio di perdere di me se rimango?

“Ma è una brava persona”

Essere una buona persona e essere la persona con cui desideriamo continuare a costruire una relazione non sono la stessa cosa.

Questa distinzione può essere dolorosa.

Perché se l’altro fosse cattivo sarebbe forse più facile.

Quando invece riconosciamo il suo valore, possiamo sentirci crudeli, ingrati, egoisti.

Ma una relazione affettiva non è un premio che assegniamo alle persone che se lo meritano.

E rimanere esclusivamente perché l’altro è buono può, nel tempo, trasformare anche quella bontà in qualcosa che sentiamo come un vincolo.

La colpa non ci dice necessariamente che stiamo sbagliando

Possiamo sentirci in colpa anche mentre stiamo facendo qualcosa che sentiamo necessario.

La colpa può raccontare che stiamo mettendo in discussione un ruolo importante: quello di moglie, marito, compagno, genitore, persona affidabile, persona che “non fa soffrire gli altri”.

Separarsi può significare anche diventare, almeno per un periodo, qualcuno che non avremmo mai voluto essere nella storia dell’altro.

Questa è una perdita reale.

E non sempre esiste una scelta che permetta a tutti di non soffrire.

Forse la domanda non è “è giusto?”

Quando chiediamo:

“È giusto lasciare?”

cerchiamo quasi una regola esterna che ci autorizzi.

Ma nessun terapeuta può consegnarcela.

Possiamo però provare a capire meglio che cosa significherebbe restare e che cosa significherebbe andare via.

Entrambe le possibilità hanno un prezzo.

Entrambe possono contenere paura.

Entrambe possono comportare una perdita.

E forse una scelta adulta non è quella che riesce a eliminare ogni sofferenza, ma quella di cui possiamo progressivamente assumerci la responsabilità senza dover trasformare l’altro nel colpevole della nostra decisione.

Non tutte le relazioni finiscono perché qualcuno ha sbagliato.
A volte finiscono perché ciò che due persone riescono a costruire insieme non è più ciò che entrambe — o una delle due — riescono a scegliere.

E allora la domanda può lentamente cambiare.

Non più soltanto:

“Ho il diritto di lasciare una persona buona?”

ma:

“Quale vita e quale relazione posso scegliere, assumendomi anche il dolore che quella scelta può comportare?”

Se ti trovi tra il desiderio di andare e la paura di fare del male, non è necessario avere già deciso.
Possiamo iniziare provando a comprendere insieme ciò che sta accadendo.

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Alessandra Favaro
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