Alessandra Favaro Psicologa Psicoterapeuta a Montebelluna

Quando le preoccupazioni per i figli rimangono inascoltate

La difficoltà di affidarsi agli altri quando la sicurezza di chi amiamo sembra dipendere anche dalla loro disponibilità ad ascoltarci. «Se conosco un pericolo, se so che qualcosa potrebbe accadere, perché non dovrei fare tutto il possibile per evitarlo?» È una domanda difficile da contestare. Soprattutto quando riguarda i nostri figli. Proteggerli, informarci, anticipare i...
Un genitore osserva il figlio che si allontana lungo un sentiero, mentre un intreccio di pensieri rappresenta le sue preoccupazioni.

La difficoltà di affidarsi agli altri quando la sicurezza di chi amiamo sembra dipendere anche dalla loro disponibilità ad ascoltarci.

«Se conosco un pericolo, se so che qualcosa potrebbe accadere, perché non dovrei fare tutto il possibile per evitarlo?»

È una domanda difficile da contestare. Soprattutto quando riguarda i nostri figli.

Proteggerli, informarci, anticipare i rischi e cercare di prevenire situazioni pericolose sono modi attraverso i quali esprimiamo cura e responsabilità.

Ma che cosa accade quando abbiamo individuato un rischio e le persone alle quali affidiamo nostro figlio non sembrano attribuirgli la stessa importanza?

Quando abbiamo spiegato, raccomandato, argomentato, eppure non siamo riusciti a ottenere ciò che ritenevamo necessario?

A volte la sofferenza non nasce soltanto dalla paura che possa accadere qualcosa. Nasce anche dall’esperienza di non essere riusciti a far valere ciò che sappiamo.

E allora una questione di sicurezza può diventare qualcosa di molto più personale.

Viviamo anticipando ciò che potrebbe accadere

La nostra vita è continuamente orientata verso il futuro.

Immaginiamo le conseguenze delle nostre azioni, cerchiamo di comprendere le situazioni e scegliamo come comportarci sulla base di ciò che ci aspettiamo.

Non sempre siamo consapevoli di questo processo. Molte anticipazioni avvengono quasi automaticamente, attraverso modi di interpretare l’esperienza che abbiamo costruito nel corso della vita.

Altre volte, invece, ci soffermiamo a valutare numerose possibilità, raccogliamo informazioni, confrontiamo alternative e cerchiamo di individuare la scelta migliore.

Possiamo farlo con maggiore o minore attenzione, con più o meno flessibilità, con una diversa disponibilità ad accettare l’incertezza.

Per alcune persone, soprattutto quando è in gioco la sicurezza di un figlio, la ricerca di informazioni e la valutazione dei rischi diventano particolarmente approfondite.

Questo atteggiamento può rappresentare una risorsa importante.

La difficoltà può emergere quando, dopo aver individuato una precauzione, diventa quasi impossibile accettare che qualcun altro possa valutarla diversamente.

Perché non basta aver riconosciuto un pericolo.

Occorre anche essere certi che gli altri ne tengano conto.

Ho fatto tutto ciò che era nelle mie possibilità?

Non tutti i genitori particolarmente attenti pensano di poter impedire qualsiasi evento doloroso.

Molti sanno bene che la vita comporta imprevisti e che non tutto può essere controllato.

Ciò che può risultare intollerabile è un’altra possibilità: scoprire di aver conosciuto un rischio e di non aver fatto abbastanza perché venisse evitato.

«Avrei dovuto insistere di più?»

«Avrei dovuto spiegarmi meglio?»

«Perché non sono riuscito a convincerli?»

La questione, allora, non è necessariamente quella di essere genitori perfetti o incapaci di sbagliare.

È poter continuare a riconoscersi come persone responsabili, che hanno fatto tutto ciò che era nelle proprie conoscenze e possibilità.

Ma che cosa significa davvero fare tutto il possibile?

Se abbiamo riconosciuto un rischio, siamo responsabili anche del fatto che un’altra persona condivida la nostra valutazione?

E se qualcuno decide diversamente, dobbiamo continuare a insistere finché non otteniamo ciò che riteniamo giusto?

È qui che il confine tra responsabilità e controllo può diventare difficile da riconoscere.

Quando la conoscenza diventa una questione di valore personale

Per alcune persone, essere competenti, informate e capaci di prevedere rappresenta molto più di una qualità.

Può essere un aspetto centrale del modo in cui riconoscono il proprio valore.

Sapere, comprendere e individuare ciò che altri non vedono può offrire un senso di sicurezza e di efficacia personale.

Talvolta questa modalità si costruisce anche attraverso esperienze nelle quali le proprie ragioni non sono state ascoltate, oppure ci si è sentiti impotenti di fronte alle decisioni altrui.

In questi casi, la capacità di argomentare e dimostrare può diventare un modo per cercare di non ritrovarsi più in quella posizione.

Come se la conoscenza offrisse finalmente la possibilità di essere presi sul serio.

Ma nelle relazioni accade qualcosa che può essere difficile da accettare: possiamo avere buone ragioni, conoscere approfonditamente un argomento e non ottenere comunque l’adesione dell’altro.

Non necessariamente perché l’altro non ci rispetti.

Può semplicemente attribuire un peso diverso alle informazioni, considerare altri aspetti della situazione o arrivare a una conclusione differente.

Eppure, quando il proprio valore è strettamente legato alla competenza, questa differenza può assumere un significato doloroso.

«Se quello che so non viene considerato, forse non vengo considerato nemmeno io.»

Il disaccordo può così trasformarsi in un’esperienza di mancato riconoscimento.

E il bisogno di convincere può diventare sempre più pressante.

Non soltanto per prevenire un pericolo, ma anche per non sentirsi nuovamente impotenti, esclusi o poco importanti.

Affidarsi significa accettare che gli altri siano diversi da noi

Essere genitori comporta inevitabilmente la necessità di affidarsi.

Alle insegnanti, agli educatori, ai nonni, al partner e, progressivamente, anche al bambino stesso.

Ma affidarsi non significa avere la certezza che gli altri faranno esattamente ciò che faremmo noi.

Significa riconoscere che possono esistere conoscenze, esperienze e modi differenti di valutare una situazione.

Questo non implica rinunciare a segnalare un pericolo concreto o a chiedere che vengano rispettate precauzioni necessarie.

Significa, piuttosto, distinguere tra ciò che possiamo responsabilmente comunicare e ciò che possiamo effettivamente determinare.

È una distinzione particolarmente difficile quando la scelta dell’altro non viene vissuta soltanto come una decisione diversa, ma come una svalutazione della propria competenza.

Forse, allora, vale la pena domandarsi:

«Ho bisogno che questa persona comprenda ciò che penso oppure ho bisogno che faccia necessariamente ciò che ritengo giusto?»

Non è una differenza da poco.

Possiamo essere ascoltati, riconosciuti e rispettati anche quando gli altri non condividono le nostre conclusioni.

Ma per qualcuno questa possibilità rappresenta una scoperta tutt’altro che semplice.

Quale idea del mondo trasmettiamo ai nostri figli?

Nel tentativo di proteggerli, possiamo talvolta comunicare ai bambini un messaggio diverso da quello che vorremmo.

Se ogni esperienza è accompagnata da controlli, raccomandazioni e preoccupazioni, il bambino potrebbe imparare a considerare il mondo come un luogo nel quale è necessario rimanere costantemente vigili.

Naturalmente non esiste una relazione automatica tra le preoccupazioni dei genitori e il modo in cui i figli cresceranno. Ogni bambino costruisce la propria esperienza attraverso molte relazioni e circostanze differenti.

Eppure possiamo chiederci quale fiducia riusciamo a trasmettere quando noi stessi fatichiamo ad affidarci.

Crescere significa anche incontrare piccoli imprevisti, affrontare frustrazioni, sperimentare difficoltà e scoprire progressivamente di possedere risorse per superarle.

Un bambino ha bisogno di essere protetto dai pericoli reali.

Ma ha bisogno anche di fare esperienza del fatto che non tutto deve essere previsto e controllato perché la vita possa essere affrontata.

Essere responsabili senza dover controllare tutto

Forse, quando il bisogno di proteggere diventa particolarmente intenso, non è sufficiente invitare un genitore a preoccuparsi meno.

Potrebbe essere più utile cercare di comprendere che cosa renda così importante quella preoccupazione.

Quale significato avrebbe non riuscire a convincere qualcuno?

Che cosa metterebbe in discussione il fatto che una nostra indicazione non venga seguita?

Potremmo continuare a sentirci persone attente, competenti e responsabili anche quando gli altri scelgono diversamente?

Sono domande che possono aprire una riflessione sul nostro modo di attribuire significato alle esperienze e alle relazioni.

In psicoterapia, esplorare questi aspetti può aiutare a costruire possibilità nuove: non necessariamente diventare meno attenti, ma riuscire a distinguere il proprio valore personale dall’esito delle decisioni altrui.

E forse anche scoprire che la responsabilità di un genitore non consiste nell’ottenere sempre che tutto avvenga secondo le proprie previsioni.

Consiste nel prendersi cura, nel valutare, nel comunicare, nel scegliere e, qualche volta, nell’accettare che gli altri possano vedere il mondo diversamente.

Perché possiamo avere qualcosa di importante da dire anche quando gli altri non fanno ciò che chiediamo. E possiamo continuare a essere buoni genitori senza dover dimostrare, ogni volta, di aver avuto ragione.


Riferimenti bibliografici

  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books.
  • Kelly, G. A. (1955). The Psychology of Personal Constructs. W. W. Norton.
  • McLeod, B. D., Wood, J. J., & Weisz, J. R. (2007). Examining the association between parenting and childhood anxiety: A meta-analysis. Clinical Psychology Review, 27(2), 155–172.
  • Salkovskis, P. M., Shafran, R., Rachman, S., & Freeston, M. H. (1999). Multiple pathways to inflated responsibility beliefs in obsessional problems. Behaviour Research and Therapy, 37(11), 1055–1072.
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