“Lo so che probabilmente non succederà niente. Ma se succedesse?”
Luiisa ha 38 anni, un lavoro che le piace, una famiglia e una vita che, vista da fuori, sembra andare bene.
Eppure passa molto tempo a preoccuparsi.
Se il figlio ha mal di testa, pensa che potrebbe essere qualcosa di serio. Se il compagno tarda a rispondere a un messaggio, immagina che possa essere successo qualcosa. Se il responsabile le chiede di parlarsi, ripercorre mentalmente tutto quello che potrebbe aver sbagliato.
Luiisa sa che molte delle sue paure sono improbabili.
Ma saperlo non la tranquillizza.
Quando una preoccupazione si risolve, infatti, poco dopo ne arriva un’altra.
“Voglio solo essere preparata”
Luiisa non pensa di voler controllare tutto.
Dice piuttosto:
“Preferisco pensarci prima. Così, se succede, sono preparata.”
Ed è comprensibile.
Preoccuparsi dà per qualche momento la sensazione di stare facendo qualcosa. Immaginiamo gli scenari possibili, cerchiamo informazioni, controlliamo, chiediamo rassicurazioni.
È come se la mente cercasse continuamente di arrivare un po’ prima della vita, per evitare di essere colta di sorpresa.
Ma quanto possiamo davvero anticipare?
E soprattutto: quanta vita dobbiamo controllare oggi per sentirci al sicuro da ciò che potrebbe accadere domani?
L’ansia non parla soltanto di ciò che temiamo
Durante un colloquio potrei chiedere ad Anna:
“Che cosa sarebbe così terribile se accadesse?”
La risposta più immediata potrebbe essere: “Che mio figlio stesse male.”
Naturalmente.
Ma continuando a parlarne potrebbe emergere anche altro.
Non saprei cosa fare.
Non sarei capace di affrontarlo.
Avrei dovuto accorgermene prima.
Non me lo perdonerei.
La paura non riguarda più soltanto un possibile evento.
Riguarda anche la persona che Luiisa teme di diventare dentro quell’evento: una madre che non ha previsto, non ha protetto, non è riuscita a impedire qualcosa.
E allora controllare acquista un significato diverso.
Non è semplicemente un comportamento “sbagliato” da eliminare. È il modo che Luiisa ha trovato per cercare di essere la madre che sente di dover essere.
Quando le soluzioni diventano parte del problema
Controllare rassicura.
Chiedere conferme rassicura.
Evitare una situazione rassicura.
Ma spesso solo per poco.
Se ogni volta che ho paura devo verificare che non ci sia pericolo, posso finire per imparare qualcosa di paradossale:
“Se non controllo, non sono al sicuro.”
E così ciò che faccio per ridurre l’ansia può contribuire, nel tempo, a mantenerla.
Per questo in terapia non mi interesserebbe semplicemente convincere Luiisa che “non deve preoccuparsi”.
Probabilmente se lo è già detto molte volte.
Mi interesserebbe capire che cosa sta cercando di rendere prevedibile, che cosa teme di non poter affrontare e che cosa potrebbe accadere se, poco alla volta, rinunciasse a qualche tentativo di avere tutto sotto controllo.
Imparare a vivere senza sapere tutto prima
L’obiettivo non è diventare persone che non hanno più paura o che non si preoccupano mai.
L’incertezza appartiene inevitabilmente alla vita.
Forse il cambiamento comincia quando non abbiamo più bisogno di eliminare ogni possibilità negativa prima di permetterci di vivere.
Luiisa potrebbe scoprire, poco alla volta, qualcosa di diverso:
“Non posso sapere tutto ciò che accadrà. Ma posso imparare a fidarmi maggiormente della mia capacità di affrontarlo quando accadrà.”
L’ansia cerca spesso di proteggerci dall’incertezza.
Il prezzo può essere quello di farci vivere continuamente in un futuro che non è ancora accaduto.
Ti ritrovi in questa esperienza?
Se gran parte delle tue energie viene assorbita dal tentativo di prevedere, controllare o impedire ciò che potrebbe accadere, possiamo partire proprio da questa domanda:
che cosa diventerebbe possibile se non avessi bisogno di sapere tutto prima?