Mi sembra molto forte perché è una situazione che incontri continuamente: persone intelligenti, introspettive, che hanno letto, magari hanno già fatto terapia, sanno spiegarsi benissimo, conoscono persino l’origine che attribuiscono alle proprie difficoltà… eppure qualcosa non cambia.
E ci permette di sviluppare un’idea centrale del tuo approccio: comprendere non è ancora fare esperienza.
Lo scriverei così.
Se capisco il mio problema, perché continuo a stare male?
“So perfettamente perché faccio così.”
A volte una persona arriva in terapia con una spiegazione già molto precisa.
Sa di avere paura dell’abbandono.
Sa che cerca continuamente l’approvazione degli altri.
Sa che il bisogno di controllare aumenta quando si sente insicura.
Sa che non riesce a dire di no perché teme di deludere.
Magari sa anche ricostruire da dove pensa che tutto questo provenga.
“Mia madre era molto critica.”
“A casa mia sbagliare non era contemplato.”
“Ho sempre dovuto essere quello forte.”
E allora nasce una domanda comprensibile:
“Se ho capito tutto questo, perché continuo a stare male?”
Capire è importante. Ma qualche volta non basta.
Immaginiamo una donna che abbia imparato molto presto a occuparsi degli altri.
È quella disponibile, affidabile, che non crea problemi. Se qualcuno ha bisogno, c’è.
Oggi riconosce perfettamente questo suo modo di stare nelle relazioni. Sa persino dire:
“Ho paura che se comincio a dire di no gli altri mi considerino egoista e si allontanino.”
Ha capito.
Poi un’amica le chiede un favore proprio nella sua unica giornata libera.
Lei vorrebbe dire di no.
Sente salire il disagio, immagina la delusione dell’altra e risponde:
“Certo, figurati.”
Dopo si arrabbia. Con l’amica, ma soprattutto con se stessa.
“Lo sapevo. Perché l’ho fatto di nuovo?”
Perché sapere che potremmo dire di no è molto diverso dal fare esperienza di noi stessi mentre diciamo di no e vedere che cosa accade.
Possiamo conoscere molto bene il nostro passato
Pensiamo a un uomo che vive con un costante senso di inferiorità.
Ha ricostruito la propria storia. Ricorda le critiche, i confronti, le occasioni in cui si è sentito meno capace degli altri.
Questa comprensione può essere preziosa.
Finalmente alcuni pezzi sembrano stare insieme.
Ma poi arriva un’opportunità professionale importante e pensa:
“Non sono pronto.”
Rinuncia.
La spiegazione del passato gli ha permesso di comprendere meglio se stesso, ma non ha ancora modificato ciò che anticipa possa accadere se si espone oggi.
Forse teme di essere scoperto come incompetente.
Di deludere.
Di fallire proprio quando gli altri si aspettano qualcosa da lui.
Ed è verso quel futuro immaginato che orienta la sua scelta.
Il passato spiega davvero il presente?
La nostra storia conta. Profondamente.
Ma forse non nel modo semplice in cui qualche volta la raccontiamo:
“Mi è successo questo, quindi oggi sono così.”
Quando soffriamo, torniamo anche al passato per cercare qualcosa che renda comprensibile ciò che ci sta accadendo.
E il significato di quello stesso passato può cambiare nel tempo.
Un’esperienza che a vent’anni raccontavamo in un modo può apparirci completamente diversa a quaranta.
Per questo in terapia mi interessa conoscere la storia di una persona, ma non necessariamente per trovare la causa.
Mi interessa capire come quella storia partecipa al modo in cui oggi la persona guarda se stessa, gli altri e soprattutto ciò a cui pensa di stare andando incontro.
“So che non succederà niente, ma…”
C’è una frase che racconta molto bene questa distanza:
“Razionalmente lo so.”
Razionalmente so che posso prendere l’ascensore.
Razionalmente so che non devo essere perfetto.
Razionalmente so che il mio compagno può uscire senza tradirmi.
Razionalmente so che se sbaglio non succede nulla di terribile.
Eppure il corpo si attiva, controlliamo, evitiamo, chiediamo rassicurazioni.
Non significa che la parte razionale abbia fallito.
Significa che una spiegazione nuova non ha ancora necessariamente prodotto un’esperienza nuova.
Dalla spiegazione all’esperienza
Forse è qui che la psicoterapia può fare qualcosa di diverso dal semplice “capire”.
Non si tratta soltanto di trovare una spiegazione migliore.
Si può provare, gradualmente, a mettere alla prova alcune delle nostre previsioni.
Che cosa accade se questa volta dico no?
Che cosa accade se non controllo?
Che cosa accade se esprimo ciò che penso e lascio all’altro la possibilità di non essere d’accordo?
Che cosa accade se provo qualcosa senza sapere in anticipo se sarò capace?
La risposta non la conosciamo.
Ed è proprio questo il punto.
Lasciarsi sorprendere
Cambiare contiene sempre una piccola quota di rischio.
Se sapessimo già esattamente che cosa accadrà, non staremmo facendo un’esperienza davvero nuova.
Possiamo scoprire che alcune delle nostre paure erano eccessive.
Ma possiamo anche scoprire che qualcuno si arrabbia davvero quando diciamo no. Che possiamo fallire. Che una persona può non comprenderci.
La possibilità nuova non consiste nel garantirci che andrà tutto bene.
Consiste nel poter scoprire:
“Se accade, posso starci dentro. Posso comprenderlo. Posso scegliere cosa fare dopo.”
È una libertà molto diversa.
Capire la propria storia può dare senso a ciò che siamo stati.
Fare nuove esperienze può aiutarci a scoprire ciò che possiamo diventare.
Forse allora, quando diciamo:
“Ho capito tutto, ma continuo a stare male”
non significa che quella comprensione sia stata inutile.
Può significare semplicemente che abbiamo costruito una buona spiegazione e adesso abbiamo bisogno di vedere che cosa succede quando proviamo a vivere qualcosa di diverso.
Ti ritrovi in questa domanda?
Se hai la sensazione di aver compreso molte cose di te ma di ritrovarti comunque nello stesso punto, possiamo partire proprio da questa distanza tra ciò che sai e ciò che riesci a vivere.